UOMO VITTIMA DI VIOLENZE DOMESTICHE

 UOMO VITTIMA DI VIOLENZE DOMESTICHE

Stiamo vivendo un momento storico in cui le dinamiche relazionali, sociali e familiari, sono attraversate da trasformazioni profonde. 

Piaccia o non piaccia, i processi aventi ad oggetto le violenze endofamiliari e reati come lo “stalking” (tecnicamente “atti persecutori) stanno sottoponendo il processo penale a quello che potremmo definire uno “stress test”. 

Tali processi sono senza dubbio quelli che più occupano al momento le aule giudiziarie. Le cause di ciò sono molteplici ed è qui possibile farne solo un cenno: la crisi economica porta stress e disagio nei nuclei familiari, le strutture di assistenza quali ad esempio i servizi sociali hanno personale e mezzi  numericamente insufficienti, vi è finalmente una maggiore libertà e consapevolezza di poter denunciare certi episodi, vi è una attenzione mediatica estremamente alta su queste vicende e numerose altre cause. 

Il banco di prova però non è dato solo dai numeri, ma anche dall’approccio e dal metodo. 

Infatti a fronte di queste novità, arrivate tutte insieme ma non senza preavviso, la realtà fenomenica è più frastagliata di quel che si creda. 

La classica dinamica che tutti abbiamo in mente, ossia quella dei maltrattamenti e delle persecuzioni derivate da una ideologia patriarcale, è senz’altro la più diffusa, ed è quella su cui si stanno impiegando più forze ed energie. 

L’errore in cui non bisogna assolutamente incorrere è credere che questa, piuttosto che essere la più diffusa, sia l’unica realtà. Così non è e non può essere. 

Infatti, pur nella consapevolezza, data dalla casistica, che quella derivante dalla cultura patriarcale sia la causa di maltrattamenti o persecuzioni più diffusa, occorre prendere atto che ben può esserci, in questo contesto, qualcuno che proponga una denuncia che sia solo strumentale così come può accadere, come nel caso che ha dato lo spunto a questo articolo, che le condotte violente agiscano in maniera opposta a come succede di solito.  

A dare lo spunto a questa riflessione vi è il dato di fatto che nel caso specifico per provare questo reato il mero invertito rapporto vittima – persona offesa ha richiesto uno sforzo investigativo e probatorio sicuramente di gran lunga superiore a quello di casi analoghi.  

Allo stesso modo, un approccio ideologico a tali vicende processuali rischia, come spesso accade, di ostacolare la ricerca della verità. 

Ogni processo penale ha e deve avere l’ambizione di mirare all’accertamento della verità, ed è difficile giungerci se si parte da dei preconcetti o se si riveste il processo penale di compiti e finzioni che non gli sono propri. 

Ecco perché in questi processi il ruolo dell’avvocato penalista richiede un equilibrio ed una sensibilità diversa da quelli che si può avere od usare in altri contesti o per altri reati. 

Occorre la necessaria delicatezza per accogliere in studio con pazienza e comprensione la vittima del reato, così come la necessaria forza per infondere sicurezza a chi ritiene di essere stato ingiustamente accusato.  

Un’accortezza ed un approccio che tengano in conto gli interessi in gioco e le sofferenze che colpiscono i protagonisti della vicenda senza rinunciare né dimenticare la vera funzione e scopo del processo penale, che non è quella di educare né di trasmettere valori: la prima ambizione del processo penale deve essere la ricerca della verità. Sia essa quella che tutti si aspettano, sia essa un’altra. 

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio per farsi coraggio si ripete <<fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene>>. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio.” (Mathieu Kassovitz –  La Haine)